Specchi che deformano
Perché inizio da qui: guardare ciò che la cura riflette
La scorsa settimana si è parlato a reti unificate di violenza di genere.
Io (come al solito) ho portato il mio punto di vita su quella che si consuma quando entriamo in ospedale. Soprattutto se varchiamo una sala parto.
Quando qualcosa non funziona all’interno dei percorsi di cura, si chiamano in causa le risorse a disposizione: quante sono, chi le gestisce, quante ne servirebbero davvero.
Corretto. Ma le risorse di un sistema sanitario non sono solo macchine, letti e farmaci: sono, prima di tutto, le persone che in quel sistema ci lavorano, la cultura che li ha plasmati e ha immaginato i percorsi di cura “più giusti”: ma più giusti per chi?
Perchè quella cultura, spesso, ha qualche anno sulle spalle. E qualche stereotipo di troppo.
Nei percorsi che accompagnano gravidanza e nascita accade una cosa: la maternità viene data per scontata. Mica sempre, certo. Ma neanche raramente.
Mi spiego: non si contempla, davvero, la maternità reale, fatta di dubbi, paura, a volte gioia immediata, ma a volte proprio no.
Sembra esserci spazio solo per quella ideale, quella del “Una mamma lo sa”, “Non ti spiego nulla perchè tanto hai l’istinto”, “Sei tu la protagonista assoluta”.
Ne siamo sicuri?
Perchè protagonista, spesso, significa solo che sei responsabile di tutto e giustificabile di nulla.
E qui arriva il paradosso interessante: questo modello non schiaccia solo le donne che diventano madri. Schiaccia anche chi si prende cura di loro.
Le donne sono circa il 70% del personale sanitario (ma con un soffitto di cristallo pesante come il piombo). Eppure, ancora oggi la possibilità che diventino madri è vissuta come un ostacolo organizzativo e, quindi, è una scelta che ti penalizza, inutile girarci intorno. Nel frattempo ai padri – utenti o professionisti che siano – spesso non viene nemmeno concesso di esserci: nella relazione di cura vengono ancora trattati come comparse. Tollerati, a patto che non diano troppo fastidio.
Per dirla in altri termini, le stesse logiche patriarcali che schiacciano le donne quando sono pazienti, le schiacciano anche quando sono dall’altra parte della camice.
Io questa cosa l’avevo studiata, vista nei reparti, discussa. Ma, onestamente, non avevo capito davvero. Poi l’ho vissuta sulla mia pelle.
E’ lì che è nato Mamme a nudo. Non da un’illuminazione mistica, non da una particolare abilità nell’utilizzare i social (non sapevo neanche cosa fosse una storia), ma da una constatazione: tutto quello che criticavo professionalmente l’avevo subito come paziente e se non ero riuscita io a “difendermi” e a intercettare subito quelle dinamiche, dopo anni di sala parto, beh…forse iniziare a parlarne era davvero urgente.
Oltre lo stereotipo
La maternità (consoliamoci: non solo in Italia) viene ancora raccontata come un’esperienza che deve andare in un certo modo: piena, gioiosa, naturale, istintiva. Sacrificale.
Il problema non è che quel tipo di esperienza non esista. Può esistere, ok, solo che sembra l’unica che vediamo.
Quando un solo modello è così dominante, diventa lo standard di riferimento. E qualsiasi deviazione dal copione viene letta come una nota stonata.
Se sei stanca, spaventata, arrabbiata, imbranata o non innamoratissima al primo secondo… meglio non dirlo. Non sta bene.
Al contrario, per i padri accettiamo senza scandalo che abbiano bisogno di tempo, che possano sentirsi spaesati, che non siano pronti. A loro viene concesso lo spazio di imparare. Tanto faranno solo gli aiutanti, no? Sono le madri che devono già sapere.
Gli stereotipi funzionano così.
Non si impongono mai “con cattiveria”, si impongono per vicinanza: li abbiamo respirati tutti. Perché il sistema di valori che li produce è lo stesso dentro cui cresciamo, lavoriamo, diventiamo professionisti, genitori, cittadini.
Non c’è un “loro”: siamo noi tutti. E tutte.
Perchè - e qui arriva il secondo paradosso - le dinamiche patriarcali non vengono riprodotte solo dagli uomini.
A volte siamo proprio noi, donne e professioniste, a ripeterle senza accorgercene. Perché sono l’unico modello che abbiamo visto.
I numeri questa cultura la riflettono come uno specchio: la narrazione di come “dovrebbe” avvenire un parto, di come dovrebbe sentirsi una donna in gravidanza, di cosa significhi “essere una brava madre”, ha delle conseguenze.
Il 76% delle donne riferisce almeno un’esperienza di violenza ostetrica.
Ponti et al. 2025 [e quanto sono felice di esserci anche io tra quegli “altri”!]
Non parliamo solo di procedure imposte, negate o non spiegate, ma soprattutto di relazione di cura: giudizi, pressioni, infantilizzazioni, aspettative stereotipate su ciò che una donna “dovrebbe volere”, “dovrebbe sentire”, “dovrebbe accettare”.
Ad esempio, attraverso lo studio citato in precedenza, è emerso anche che il 46% delle neomadri dichiara di aver percepito pressioni per allattare.
Il paper è ancora under review, ma qui ne parlo con la Prof. Lucia Ponti che ha fortemente voluto approfondire questo dato.
Le parole, le premesse culturali e le dinamiche relazionali sono parte della cura.
Quando sono distorte hanno conseguenze reali: aumentano il rischio di depressione post partum, disturbi d’ansia, difficoltà nelle relazioni familiari – incluse quelle con il proprio bambino o la propria bambina.
E quei segni non sono individuali, ma sistemici. Si sedimentano, si ripetono, si riflettono intorno alla persona che soffre.
Come un sistema di specchi che continua a trasmettere un’immagine distorta.
Il punto allora è riconoscere la cultura che abbiamo tra le mani. Capire come ci intrappola.
È iniziare a costruire alternative, insieme.
Benvenut* nella mia newsletter.
Da qui in avanti proveremo a guardarci allo specchio, insieme.
Sasha


